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Il datore di lavoro è responsabile delle lesioni al lavoratore se ha consentito l’utilizzo di una macchina che pur conforme alla normativa CE per come è stata progettata e assemblata lo abbia esposto al rischio che ha portato all’infortunio. Di G.Porreca.
Torna la Corte di Cassazione ad occuparsi della sicurezza delle macchine che, benché dotate per come progettate e assemblate della regolare marcatura CE garantita dal costruttore, abbiano provocato l’infortunio di un lavoratore che lavorava presso le stesse legato alla carenza delle misure previste dalle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e fornisce in questa occasione indirizzi che, per la verità, già si riscontrano in precedenti espressioni della stessa Corte.
Ha in sostanza affermato la suprema Corte in questa sentenza che pure se l’evento dannoso sia stato provocato dall’inosservanza alle cautele antinfortunistiche in fase di progettazione e di fabbricazione della macchina non è comunque esclusa la responsabilità del datore di lavoro sul quale in ogni caso grava l’obbligo di eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti che la debbono utilizzare e di adottare nell’impresa i più moderni strumenti che la tecnica offre per garantire la sicurezza dei lavoratori. La dotazione della marcatura CE, ha infatti ribadito la suprema Corte, non dà ingresso all’esonero alle norme generali del codice penale come risulta anche dalla lettura delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Fonte puntosicuro

 

Il fatto, l’iter giudiziario e il ricorso in cassazione
La Corte di Appello ha confermata la sentenza del Tribunale appellata dall’amministratrice unica di una società che era stata tratta a giudizio e condannata per rispondere, nella sua qualità di datore di lavoro, del reato di cui all'art. 590 commi 1, 2 e 3 cod. pen., per aver cagionato lesioni personali gravissime a un dipendente della società medesima per colpa consistita nella violazione di norme antinfortunistiche. Il dipendente, quale addetto al controllo ed alla pulizia dell'impianto di trattamento dei rifiuti installato sul luogo di lavoro, per rimuovere un pezzo di metallo incastrato tra i cingoli di uno dei nastri trasportatori, aveva infilato il braccio destro tra le parti in movimento della macchina, non munite della protezione prevista negli allegati agli artt. 71 del D.P.R. 27/4/1955 n. 547 e art. 70 del D. Lgs. 9/4/2008 n. 81 per evitare il pericolo che venissero afferrate e trascinate parti del corpo degli operatori, per cui il braccio del lavoratore era stato agganciato dal nastro trasportatore e schiacciato dagli ingranaggi perdendo gran parte della originaria funzionalità.

Avverso tale sentenza l’amministratrice ha fatto ricorso alla Corte di Cassazione a mezzo dei difensore di fiducia deducendo un vizio di motivazione e travisamento della prova.

Le decisioni in diritto della Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha pertanto confermata la condanna dell’imputata. La stessa Corte, contrariamente all'assunto della ricorrente, ha ritenuta logica e congrua la sentenza impugnata per avere espresso il proprio convincimento in modo logico ed argomentato, riscontrato da argomentazioni fattuali compatibili logicamente con la soluzione adottata.

Quanto al merito delle singole censure, la suprema Corte ha fatto osservare che, la circostanza che il costruttore della macchina sia stato assolto, non essendo stato possibile stabilire se la macchina al momento della consegna alla società fosse dotata o meno dell'obbligatorio riparo fisso destinato ad impedire l'accesso degli arti e del corpo dei lavoratori è stata ininfluente sulla posizione della ricorrente e ciò anche accedendo alla tesi propugnata in ricorso che il nastro in questione fosse ab origine privo della protezione in questione. Come precisato dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione, infatti, ha precisato la Sez. IV, “il datore di lavoro è responsabile delle lesioni patite dall’operaio, allorquando abbia consentito l’utilizzo di una macchina, la quale, pur astrattamente conforme alla normativa CE, per come assemblata ed in pratica utilizzata abbia esposto i lavoratori a rischi del tipo di quello in concreto realizzatosi (cfr. Sez. 4, n. 49670 del 23/10/2014, Rv. 261175). I marchi di conformità CE limitano infatti la loro efficacia (D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, artt. 6 e 36) a rendere lecita la produzione, il commercio e la concessione in uso delle macchine che, caratterizzate dal marchio, risultano essere rispondenti ai requisiti essenziali di sicurezza previsti nelle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, ma la dotazione di tali marchi non da ingresso ad esonero dalle norme generali del codice penale come è specificamente fatto chiaro anche dal testo del D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, art. 35, comma 3, lett. b) e art. 37 (vigente al momento dell’infortunio)”

La responsabilità del costruttore peraltro, ha tenuto a precisare la Corte di Cassazione, nel caso in cui l’evento dannoso sia provocato dall’inosservanza delle cautele antinfortunistiche nella progettazione e nella fabbricazione di una macchina, non esclude la responsabilità del datore di lavoro, sul quale grava l’obbligo di eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti che debbano utilizzare la predetta macchina e di adottare nell’impresa tutti i più moderni strumenti che la tecnologia offre per garantire la sicurezza dei lavoratori, potendosi fare eccezione a detta regola nella sola ipotesi in cui l’accertamento di un elemento di pericolo nella macchina o di un suo vizio di progettazione o di costruzione sia reso impossibile per le speciali caratteristiche della macchina stessa o del vizio che abbiano impedito di apprezzarne la sussistenza con l’ordinaria diligenza.

Nel caso in esame, ha sostenuto la Sez. IV, come sottolineato dai giudici di merito, la mancanza dell'elemento di protezione era particolarmente evidente, e per molti versi, vistosa, tale, comunque, da non poter sfuggire, senza incorrere in grossolana negligenza. E peraltro che ciò non fosse in concreto sfuggito nel caso particolare è emerso chiaramente ove si consideri che erano state fornite ai lavoratori espresse indicazioni su come intervenire sulla macchina in questione e sulla necessità di procedere prima al fermo della macchina stessa e quindi non vi era un vizio occulto, insidioso o, comunque, non percepibile.

Quanto al presunto contributo colposo della vittima la suprema ha fatto osservare che il rispetto delle norme prevenzionali ha lo scopo di prevenire e ridurre al minimo il rischio di incidenti che è fisiologico possano avere alla base l'errore dell'operatore, generato dalla reiterazione, dalle fisiologiche cadute d'attenzione nell'arco di tutto il tempo lavorativo ed anche, talvolta da vere e proprie distrazioni od imprudenze. E’ proprio al fine di scongiurare degli infortuni che si possono evitare rispettando le norme che determinati soggetti sono chiamati al ruolo di garanzia in favore degli operatori esposti al rischio infortunistico, senza che i primi possano pretendere esonero da responsabilità ove si accerti una condotta inadeguata del lavoratore, salvo l' abnormità.

Nel caso posto all’esame della Corte di Cassazione, invece, l'infortunato, come anche sottolineato dalla Corte territoriale, si era limitato a compiere un gesto istintivo (liberare il macchinario da un frammento di alluminio) del tutto coerente con le sue mansioni. In ogni caso, ha soggiunto la Sez. IV, non può assumere alcun apprezzabile rilievo penalistico la manovra o la condotta del lavoratore che in qualche misura abbia contribuito all'infortunio, trattandosi di circostanza tipica e fisiologica, correlata, come sopra detto, alla ripetizione del gesto, allo stress lavorativo e alle complessive condizioni psicofisiche del soggetto, rientrante nel rischio d'impresa e in quello prevenzionale, posto a base delle norme antinfortunistiche.

La suprema Corte ha ritenuto a tal punto opportuno richiamare una recentissima sentenza della Corte medesima, la n. 8883 del 10 febbraio 2016, con la quale la stessa ha precisato come in tema di infortuni sul lavoro, il datore di lavoro che, dopo avere effettuato una valutazione preventiva del rischio connesso allo svolgimento di una determinata attività, ha fornito al lavoratore i relativi dispositivi di sicurezza ed ha adempiuto a tutte le obbligazioni proprie della sua posizione di garanzia, non risponde delle lesioni personali derivate da una condotta esorbitante ed imprevedibilmente colposa del lavoratore, mettendo in evidenza che il sistema della normativa antinfortunistica si è evoluto passando da un modello "iperprotettivo", interamente incentrato sulla figura del datore di lavoro, quale soggetto garante investito di un obbligo di vigilanza assoluta sui lavoratori, ad un modello "collaborativo" in cui gli obblighi sono ripartiti tra più soggetti, compresi i lavoratori. Nel caso di quella sentenza però, conclude la Corte di Cassazione, è stato comunque provato che provato che il datore di lavoro aveva fornito tutti i mezzi idonei alla prevenzione ed adempiuto a tutte le obbligazioni proprie della sua posizione di garanzia, il che è stato escluso nel caso in esame.

NUOVA LEGGE PRIVACY - GDPR 2016/679
Domenica, 21 Gennaio 2018

 

 

GDPR 2016/679: oltre il 90% delle imprese è coinvolto

22/01/2018: Mancano poco più di 200 giorni alla data in cui diventerà operativo il Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali.

Entro il 25 maggio 2018 sono tenuti ad adeguarsi agli adempimenti previsti dalla normativa tutti i Soggetti Pubblici e Privati che effettuano il trattamento di dati personali, archiviati in forma elettronica e/o cartacea. Tra questi, aziende, avvocati, commercialisti, organismi sanitari, istituzioni scolastiche, comuni e tutti coloro che trattano dati personali, anche mediante l’ausilio di strumenti elettronici.

 

Quali sono le novità rispetto al precedente D. Lgs. 196/03?

Il regolamento introduce una serie di novità in materia di obblighi, diritti e conseguenti rischi, rilevanti per le aziende dal punto di vista sia economico (sanzioni fino al 4% del fatturato worldwide) sia di immagine (possibili conseguenze di un incidente informatico che metta a rischio l’integrità o la riservatezza dei dati).

La maggior parte delle Organizzazioni si trovano nella condizione di dover soddisfare nuove esigenze tra cui:

la nomina di figure professionali specifiche
l’istituzione di un registro di trattamento dati

In tema di “figure professionali”, il Regolamento cita una nuova funzione, quella del DPO.

Da ricerche effettuate dagli osservatori, alcune ricerche hanno già previsto una funzione specifica per la gestione dei dati personali trattati ma la maggior parte delle organizzazioni ancora non ha chiaro se si incorre nell’obbligo di nominare un responsabile della protezione dati.

 

Chi è il DPO? Sarà sempre obbligatorio nominarlo? Quanto costerà?

Innanzitutto, tranquillizziamo tutti precisando subito che il legislatore dà, per fortuna, la possibilità di individuare questa figura sia esternamente e sia internamente tra i propri dipendenti.

È importante, comunque, conoscere bene i contenuti e gli ambiti di applicazione del nuovo regolamento.

 

Il DPO, Data Protection Officer, ha il compito di assicurare la protezione del patrimonio informativo aziendale e dei dati personali trattati.

Per quanto concerne i requisiti richiesti dal regolamento, il Data Protection Officer dovrà essere messo in condizioni di assoluta indipendenza e in totale assenza di conflitti di interesse, dovrà possedere adeguate risorse umane e finanziarie, competenze informatiche e un’ottima conoscenza della normativa sulla privacy. Tale incarico potrà essere affidato sia ad un dipendente interno dell’azienda sia ad una figura esterna tramite un contratto di servizi.

 

La nomina del DPO è obbligatoria:

se il trattamento è svolto da un'autorità pubblica o da un organismo pubblico, con l'eccezione delle autorità giudiziarie nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali;
se le attività principali del titolare o del responsabile consistono in trattamenti che richiedono il monitoraggio regolare e sistematico di interessati su larga scala (ad esempio tracciamento e profilazione su Internet anche per finalità di pubblicità comportamentale, utilizzo tessere fedeltà esercizi commerciali come le farmacie; occuparsi del funzionamento di una rete di telecomunicazioni; tracciamento dell'ubicazione; i programmi di fidelizzazione; utilizzo di un sistema di videosorveglianza; reindirizzamento di messaggi di posta, attività di marketing basate sull’analisi dei dati raccolti, automobili intelligenti, dispositivi per la domotica; ecc.)
se le attività principali del titolare o del responsabile consistono nel trattamento su larga scala (notevole quantità di dati su scala regionale, nazionale, sovranazionale) di categorie particolari di dati (ad esempio dati sanitari) o di dati personali relativi a condanne penali e reati.

Cosa contiene il Registro dei trattamenti? Quando è necessario?

L’articolo 30 del Regolamento fa riferimento a questo importante strumento di rilevazione delle attività: il registro delle attività di trattamento dei dati personali.

 

 

Tenuto anche in formato elettronico dal Titolare del trattamento dei dati, tale registro dovrà essere messo a disposizione dell’Autorità Garante qualora lo richieda, così come è previsto dal Regolamento stesso.

 

Per chi vige l’obbligo?

L’obbligo di redazione e adozione del registro non è generale: infatti il par. 5 dell’art. 30 specifica che la tenuta del registro non compete “alle imprese o organizzazioni con meno di 250 dipendenti, a meno che il trattamento che esse effettuano possa presentare un rischio per i diritti e le libertà dell’interessato, il trattamento non sia occasionale o includa il trattamento di categorie particolari di dati di cui all’articolo 9, paragrafo 1, o i dati personali relativi a condanne penali e a reati di cui all’articolo 10.”

 

C’è, però, da considerare che la predisposizione del registro non deve essere vista solo come un obbligo perché non solo costituisce uno strumento di pianificazione e controllo delle attività ma permette anche di condividere le informazioni con l’intera organizzazione.
fonte: puntosicuro.it

 

In quest’ottica, Siprev srl sta implementando un innovativo sistema di gestione che permetterà di adeguare qualunque tipo di Organizzazione ai nuovi requisiti privacy.

 

Il 17 gennaio entra in vigore la nuova direttiva cancerogeni
Lunedì, 15 Gennaio 2018

Il 17 gennaio entra in vigore la nuova direttiva cancerogeni

Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea la Direttiva europea 2017/2398 del 12 dicembre 2017 che modifica la direttiva 2004/37/CE sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un’esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante il lavoro.
Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea del 27 dicembre 2017 la nuova Direttiva cancerogeni, la Direttiva (UE) 2017/2398 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2017 che modifica la direttiva 2004/37/CE sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un’esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante il lavoro.

Ricordiamo che la nuova Direttiva non solo introduce cambiamenti e modifiche agli articoli della direttiva 2004/37/CE e all’allegato I, ma sostituisce l’allegato III relativo ai “valori limite e altre disposizioni direttamente connesse”.

La Direttiva entrerà in vigore il 17 gennaio 2018 e gli stati membri dovranno mettere in vigore le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva entro il 17 gennaio 2020.
fonte: puntosicuro

DENUNCIA RIFIUTI MUD 2018: si cambia modello
Lunedì, 15 Gennaio 2018

 

Con D.P.C.M. 28 dicembre 2017 è stato approvato il nuovo modello unico di dichiarazione ambientale per l'anno 2018.
In presenza della proroga a fine 2018 – prevista dalla legge 205/2017 - del periodo transitorio (D.L. 101/2013) di applicazione degli adempimenti ed obblighi relativi alla gestione dei rifiuti antecedenti al SISTRI (sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti), il DPCM 28 dicembre 2017 ha approvato il modello unico di dichiarazione ambientale per l'anno 2018 (MUD) che sostituisce il precedente modello, adottato con DPCM 17 dicembre 2014 (MUD 2015), confermato dal DPCM 21 dicembre 2015.
Il DPCM 28 dicembre 2017 considera necessario adottare, per l'anno 2018, un nuovo modello di dichiarazione ambientale (MUD), in sostituzione di quello vigente, per acquisire i dati relativi ai rifiuti da tutte le categorie di operatori, in attuazione della più recente normativa europea.
Il modello di dichiarazione, allegato al decreto, serve per le dichiarazioni da presentare entro il 30 aprile di ogni anno (sino alla piena entrata in operatività del SISTRI, attualmente prorogata dalla legge di bilancio 2018 al 31 dicembre 2018).
La legge 205/2017 prevede la proroga a fine 2018 del periodo transitorio (previsto dal D.L. 101/2013) in cui continuano ad applicarsi gli adempimenti e gli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti antecedenti alla disciplina del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI).
Il DPCM 28 dicembre 2017 contiene il modello e le istruzioni per la presentazione delle Comunicazioni entro il 30 aprile 2018, con riferimento all'anno 2017, da parte dei soggetti interessati.
I produttori di rifiuti soggetti all'obbligo di presentazione del MUD sono:
— imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi;
— imprese ed enti produttori con più di 10 dipendenti e produttori iniziali di rifiuti non pericolosi derivanti da lavorazioni industriali, da lavorazioni artigianali e da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento dei fumi.

Sono invece escluse dall'obbligo di presentazione del MUD (legge 28 dicembre 2015), le imprese agricole (art. 2135 c.c.) e i soggetti con codici ATECO 96.02.01, 96.02.02 e 96.09.02. I produttori di non più di sette rifiuti per i quali sono tenuti a presentare la dichiarazione e, per ogni rifiuto, utilizzano non più di tre trasportatori e tre destinatari finali possono presentare il Modello Unico di Dichiarazione Ambientale tramite la Comunicazione Rifiuti Semplificata riportata in Allegato 2 al DPCM. Le modalità di compilazione e trasmissione sono variate rispetto al 2017: non è più possibile compilare la Comunicazione Rifiuti semplificata manualmente né inviarla con spedizione postale. È necessario inviare un file pdf a mezzo PEC
Fonte: puntosicuro

SVOLGIMENTO DIRETTO DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO DEI COMPITI DI PREVENZIONE E PROTEZIONE DAI RISCHI
Lunedì, 15 Gennaio 2018

 

 

SVOLGIMENTO DIRETTO DA PARTE DEL DATORE DI LAVORO DEI COMPITI DI PREVENZIONE E PROTEZIONE DAI RISCHI
Si segnala che l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) ha emanato la circolare n. 1 dell’11 gennaio 2018, con la quale fornisce indicazioni operative sulla corretta applicazione della disposizione di cui all’articolo 34, comma 1, del decreto legislativo n. 81/2008 relativa allo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di primo soccorso prevenzione incendi e di evacuazione. In merito allo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di primo soccorso, nonché di prevenzione incendi e di evacuazione, si precisa che tale facoltà concessa al datore di lavoro, (con l’esclusione delle realtà aziendali considerate comunque a rischio – art. 31, co.6), non significa che lo stesso svolga tali compiti da solo né che sia esonerato dal rispettare gli specifici obblighi previsti in capo al datore di lavoro dall’articolo 18 del medesimo decreto legislativo. Nello specifico, il datore di lavoro ha l’obbligo di “designare i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell’emergenza” (art. 18, comma 1, lettera b), e ha l’obbligo di “adottare le misure necessarie ai fini della prevenzione incendi e dell’evacuazione dei luoghi lavoro, nonché le misure per il caso di pericolo grave e immediato. Tali misure devono essere adeguate alla natura dell’attività, alle dimensioni dell’azienda o dell’unità produttiva e al numero delle persone presenti.” (articolo 18, comma 1, lettera t). Va inoltre rilevato che come previsto dall’art. 43 comma 2 “Ai fini delle designazioni di cui all’art.18 comma 1, lettera b), il datore di lavoro tiene conto delle dimensioni dell’azienda e dei rischi specifici dell’azienda o della unità produttiva…”. Pertanto, il fatto che il datore di lavoro, previa adeguata formazione, possa svolgere le attività sopra descritte, non comporta che operi in totale autonomia nello svolgimento di tali compiti, lo stesso infatti, si avvarrà dei lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure anzidette, che vanno designati in numero adeguato e sufficiente nel rispetto di quanto previsto nell’art. 43 comma 2 dello stesso Decreto legislativo.

I controlli degli impianti elettrici: l’articolo 86 del D.lgs 81/08
Martedì, 24 Ottobre 2017

 

I controlli degli impianti elettrici: l’articolo 86 del D.lgs 81/08

Roma, 24 Ott – In materia di impianti e apparecchiature elettriche, il Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008) ha mantenuto le disposizioni del Decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462, recante “Regolamento di semplificazione del procedimento per la denuncia di installazioni e dispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche, di dispositivi di messa a terra di impianti elettrici e di impianti elettrici pericolosi”, in materia di “verifiche periodiche”. Tuttavia con l’articolo 86 il Testo Unico ha introdotto un ulteriore regime di “controllo” degli impianti elettrici e degli impianti di protezione contro le scariche atmosferiche a carico del datore di lavoro.

Per parlarne, con specifico riferimento ai locali medici, riprendiamo il contenuto del documento,  prodotto dal Dipartimento DIT dell’ Inail, dal titolo “ Impianti elettrici nei locali medici: verifiche” e a cura di Giovanni Luca Amicucci, Fabio Fiamingo e Maria Teresa Settino. Un documento che ha lo scopo di presentare non solo le disposizioni legislative e normative, ma anche precise indicazioni per la realizzazione degli impianti elettrici nei locali medici e per lo svolgimento delle verifiche.

Riprendiamo brevemente alcune parti dell’articolo 86 del Testo Unico:

Articolo 86 - Verifiche e controlli

1.Ferme restando le disposizioni del decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462, in materia di verifiche periodiche, il datore di lavoro provvede affinché gli impianti elettrici e gli impianti di protezione dai fulmini siano periodicamente sottoposti a controllo secondo le indicazioni delle norme di buona tecnica e la normativa vigente per verificarne lo stato di conservazione e di efficienza ai fini della sicurezza.

2.Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, adottato sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sono stabilite le modalità e i criteri per l’effettuazione delle verifiche e dei controlli di cui al comma 1.

3. L’esito dei controlli di cui al comma 1 è verbalizzato e tenuto a disposizione dell’autorità di vigilanza.

Dunque il d.lgs. 81/2008, come indicato a inizio articolo, ha introdotto un ulteriore regime di “controllo” degli impianti elettrici e degli impianti di protezione contro le scariche atmosferiche. E il termine “controllo” è proprio utilizzato “al fine di evitare confusione con le ‘verifiche’ che devono essere effettuate” ai sensi del DPR 462/01”: infatti nell’art. 86 si parla di ?verifiche? con riferimento al DPR 462/01 e di “controlli? per le verifiche volte ad accertare il permanere delle condizioni di sicurezza.

E, continua il documento, i controlli ai sensi dell’art. 86 del Testo Unico (TU) “hanno per oggetto tutto l’ impianto elettrico, non solo l’impianto di messa a terra, oltre all’impianto di protezione contro le scariche atmosferiche”. E si segnala che non è stato ancora emanato il decreto (comma 2, art. 86) che “avrebbe dovuto stabilire le modalità e i criteri per l’effettuazione dei controlli, pertanto si può ritenere che questi siano gli stessi di una verifica. Infatti, avendo ben chiara la differenza tra gli scopi dei diversi tipi di verifica e tra i soggetti che le effettuano, nonché le differenti azioni che devono seguire ciascun tipo di verifica, dal punto di vista dell’esecuzione tecnica non vi sono differenze sostanziali”.

Chi può effettuare i controlli?

A questa domanda il documento risponde indicando che i controlli ex art. 86 TU “rientrano nella manutenzione ordinaria, pertanto possono essere svolti da un tecnico qualsiasi che a giudizio del datore di lavoro sappia come condurli. Ciò che qualifica tale tecnico è la conoscenza del modo di condurre le verifiche”.

Alcuni esempi di chi può effettuare i controlli:

- “un professionista;

- il responsabile tecnico di impresa abilitata ai sensi del d.m. 37/08;

- personale tecnico interno del datore di lavoro;

- personale tecnico esterno”.

Dunque tali controlli “devono essere effettuati da persone qualificate e competenti nei lavori di verifica, rispettivamente degli impianti elettrici e degli impianti di protezione contro le scariche atmosferiche”. Mentre gli interventi sull’impianto che esulano dalla manutenzione ordinaria “possono essere eseguiti solo da un’impresa installatrice o da un ufficio tecnico interno abilitati” ai sensi del Decreto del ministero dello sviluppo economico 22 gennaio 2008, n. 37, relativo al riordino delle disposizioni in materia di attività di installazione degli impianti all'interno degli edifici.

Inoltre il documento indica che il datore di lavoro:

- “può incaricare dei controlli sia personale interno che personale esterno;

- “deve comunque accertarsi che la persona incaricata abbia le competenze per un compito simile, altrimenti potrebbe non essere esente da colpa nel caso dovesse verificarsi qualche infortunio”.

Si ricorda poi che l’esito dei controlli è “verbalizzato e tenuto a disposizione dell’autorità di vigilanza”. E, chiaramente, “i controlli ai sensi dell’art. 86 del d.lgs. 81/08 non sostituiscono le verifiche ai sensi del d.p.r. 462/01”.

Infine il documento, che vi invitiamo a visionare integralmente, segnala che gli organismi individuati dal Ministero dello sviluppo economico per le verifiche periodiche ai sensi del DPR 462/01 e il personale che lavora in tali organismi “non possono svolgere attività di progettazione, installazione e manutenzione nel settore degli impianti elettrici, pertanto non possono svolgere neanche i controlli” ai sensi dell’art. 86 del d.lgs. 81/2008.

fonte: puntosicuro

 

IPER AMMORTAMENTI: PROROGA AL 30 SETTEMBRE 2018
Martedì, 05 Settembre 2017

Ancora un’estensione del termine ultimo per l’effettuazione degli investimenti previsti dal piano
industria 4.0, ammissibili all’iper-ammortamento. Con la conversione del DL 91/2017 a opera della
legge 3 agosto 2017 n. 123, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 12 agosto, viene infatti
riconosciuta la proroga al 30 settembre 2018, in luogo del termine del 30 giugno 2018 inizialmente
fissato dall’art. 1 comma 9 della L. 232/2016 e poi prorogato al 31 luglio 2018 dalla versione non
definitiva dello stesso DL 91/2017.
Il comma 9 dell’art. 1 della L. 232/2016, nella versione originaria, disponeva che la maggiorazione
del 250% del costo di acquisizione competeva per gli investimenti effettuati “nel periodo indicato al
comma 8”, comma che ha esteso il termine ultimo per l’effettuazione degli investimenti ammessi al
super-ammortamento al 31 dicembre 2017, ovvero al 30 giugno 2018 a condizione che entro la
data del 31 dicembre 2017 il relativo ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il
pagamento di acconti in misura almeno pari al 20% del costo di acquisizione.
La versione definitiva dell’art. 14 comma 1 del DL 91/2017 ha modificato il citato comma 9,
sopprimendo le parole “effettuati nel periodo indicato al comma 8” e aggiungendo le seguenti
parole: “La disposizione di cui al presente comma si applica agli investimenti effettuati entro il 31
dicembre 2017, ovvero entro il 30 settembre 2018 [in luogo del precedente 31 luglio 2018 e
dell’ancora precedente 30 giugno 2018, ndr], a condizione che entro la data del 31 dicembre 2017 il
relativo ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura
almeno pari al 20 per cento del costo di acquisizione”.
In base alle modifiche introdotte in sede di conversione in legge del DL 91/2017, possono quindi
beneficiare dell’iper-ammortamento gli investimenti effettuati entro il 30 settembre 2018, ferme
restando le particolari condizioni previste per l’estensione dell’agevolazione.
Sulla base dei chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate e dal MISE nella circ. n. 4/2017, per
beneficiare della maggiorazione anche con riferimento agli investimenti effettuati nel periodo 1°
gennaio 2018-30 settembre 2018, entro il 31 dicembre 2017 devono verificarsi entrambe le
seguenti condizioni: il relativo ordine deve risultare accettato dal venditore; deve essere avvenuto il
pagamento di acconti in misura pari ad almeno il 20% del costo di acquisizione.
Con riferimento agli investimenti effettuati tramite leasing, appalto e in economia, la citata circolare
fornisce poi specifici chiarimenti per il rispetto delle suddette condizioni.
Proroga esclusa per il super-ammortamento
Si evidenzia che l’estensione del termine al 30 settembre 2018, essendo oggetto di modifica il solo
comma 9 dell’art. 1 della L. 232/2016, riguarda soltanto l’iper-ammortamento e non anche il superammortamento,
per il quale resta invece ferma la data del 30 giugno 2018.
Viene, quindi, a crearsi un disallineamento temporale tra iper e super-ammortamento, al quale
occorre prestare particolare attenzione con riferimento a quei beni potenzialmente agevolabili con
l’iper-ammortamento per i quali è possibile beneficiare temporaneamente, fino all’interconnessione,
del super-ammortamento

 

Stanno aumentando i morti sul lavoro
Martedì, 05 Settembre 2017

 

Due operai morti a Lucca mentre installavano le luminarie per la festa patronale precipitati da un cestello da dieci metri di altezza, un lavoratore travolto e schiacciato da sacchi di plastica in un capannone a Mornico al Serio (Bergamo) sono solo gli ultimi casi di cronaca di morti sul lavoro.
Dall’inizio dell’anno si sono registrati 29 vittime in più a confronto dello stesso periodo dello scorso anno: 591 decessi nel 2017 contro i 562 del 2016 (+ 5,2%). Un dato allarmante e preoccupante.

Leggi tutto...
Cede una gru due operai morti durante l'allestimento di una fiera
Domenica, 03 Settembre 2017

Il cedimento del braccio di una gru ha provocato la morte di due operai che stavano installando l’illuminazione per una festa cittadina con processione. Tornano alla mente gli incidenti che cinque anni fa fecero scalpore (avvennero durante l’allestimento di palchi per i concerti di due rockstar italiane e un gruppo straniero) dando impulso alla promulgazione del decreto “palchi e fiere”.

Due operai sono morti a Lucca nel pomeriggio dello scorso 1 settembre, mentre stavano installando l’illuminazione per la festa e la processione di Santa Croce, in programma la sera del 13 settembre.

Rapporto annuale INAIL: meno morti, stabili gli infortuni, aumentano le malattie
Domenica, 09 Luglio 2017

 

Il dato che più spicca nella relazione INAIL relativa all'andamento degli infortuni nell'anno 2016 è il calo del 14% su base quinquennale nelle denunce di infortuni sul lavoro.

Meno morti sul lavoro nel 2016: secondo la Relazione annuale INAIL 2016, «gli infortuni accertati “sul lavoro” sono 618», di cui 332, il 54% “fuori dall'azienda”.
Sono circa 419.000 gli infortuni sul lavoro riconosciuti nel 2016, dei quali il 19% considerati in itinere (vale a dire avvenuto andando e tornando dal lavoro: per solito, dunque, incidente stradale). Mentre tale dato non fa registrare alcuna rilevante variazione rispetto all'anno precedente – ferma restando, come visto, la netta flessione verso il 2012 –, ben diverso è l'andamento dello specifico dato relativo ai sinistri mortali: 1.104 denunce contro le 1.286 del 2015, con un'incoraggiante flessione che si attesta sul meno 14,6%.
Attenzione, però. Nel quadro dei sinistri mortali è sempre rilevante l'incidenza di quelli stradali, i quali molto spesso sono in itinere. Su tale fronte, risulta molto meno ovvia la qualificabilità del singolo infortunio come infortunio su lavoro. Basti dire che 34 dei casi di cui sopra risultano ancora in istruttoria, e che, per il momento, soltanto 618 dei 1.104 casi mortali di cui sopra sono stati riconosciuti come infortunio sul lavoro. Tra di essi, l'incidenza dei casi in itinere si attesta al 52%.
Se sul fronte degli infortuni la generalità dei dati appare decisamente incoraggiante, non altrettanto può dirsi sul fronte delle malattie professionali. Qui, la variazione su base quinquennale è un poco confortante + 30%. Sul punto, deve essere peraltro ricordato che il concetto di malattia è meno univoco rispetto a quello di infortunio. Simili variazioni possono dunque essere dovute anche a nuovi e diversi criteri nella diagnosi e nel trattamento delle malattie stesse.
Tra i circa 60.000 casi di malattia professionale accertati nel 2016, circa 1400 casi di patologie asbesto-correlate. L'incidenza numerica è di poco superiore al 2%, ma si tratta in realtà di un dato spaventoso. Ricordiamo infatti che le cifre in questione riguardano le denunce presentate nel 2016, vale a dire i casi appena diagnosticati. Orbene, 25 anni dopo la legge che ha proibito lavorazione e uso dell'amianto vi è ancora spazio per un così alto numero di nuovi casi di patologie asbesto-correlate (tra le quali il gravissimo mesotelioma pleurico), delle quali non per nulla si sottolinea sempre il lunghissimo periodo di latenza.
Venendo agli aspetti meno numerici, la Relazione contiene un capitolo dal titolo quanto mai programmatico: “Quattro intenzioni (guardando al futuro)”. In esso, per l'appunto, quattro paragrafi: “Cambia il lavoro – estendere le tutele”, ispirato alla capacità di adattarsi di keynesiana memoria; “Fare cultura tecnica, un master innovativo”, con progetti di formazione improntati a una crescente internazionalità; “Le start-up”, ove si dà notizia delle attività di investimento in tale settore, cui l'INAIL è stata autorizzata con la scorsa legge di bilancio (legge 232/2016); “Quale governance”, in cui l'Ente interroga se stesso sulla persistenze adeguatezza di quantità e ruoli nei proprio organi di governo.
Come ogni anno, la relazione INAIL si sofferma anche su risultati finanziari ed economici, attività di controllo del rapporto assicurativo, interventi a sostegno di aziende e lavoratori, investimenti, ricerca, pianificazione. Aspetti di nostro minor interesse, per i quali si rimandano i lettori interessati all'edizione integrale del Relazione (con relativa appendice statistica), disponibile online.

fonte: www.sistemasicurezzambiente.it

SLITTA AD OTTOBRE L’OBBLIGO DELLA DENUNCIA DI PICCOLI INFORTUNI
Martedì, 07 Marzo 2017

Si segnala che la legge 27 febbraio 2017 n.19 di conversione del Decreto Legge 244/2016
(cosiddetto “Milleproroghe”) ha prorogato ad ottobre 2017 l’obbligo per i datori di lavoro e
dirigenti di comunicare all’Inps gli infortuni sul lavoro che comportano l’assenza anche di un
solo giorno.
La data dell’inizio di tale obbligo era prevista, infatti, il 12 aprile 2017, mentre ora viene spostata al
12 ottobre 2017.
Tale proroga arriva con la novella del comma 1-bis dell’articolo 18 del D.Lgs. 81/2008 (Testo Unico
Sicurezza sul Lavoro), laddove la decorrenza dell’obbligo (previsto dal comma 1) di denunciare
entro 48 ore dalla ricezione del certificato medico gli infortuni sul lavoro che comportino l’assenza
dal lavoro di almeno un giorno, escluso quello dell’evento, viene fatto slittare di ulteriori sei mesi dal
termine di adozione del decreto istitutivo del nuovo sistema informativo nazionale per la
prevenzione nei luoghi (cosiddetto “Sinp”), decreto coincidente con il D.M. 25 maggio 2016 n. 183
(in vigore dal 12 ottobre 2016, data base dei computi sopra esposti).